Giancarlo e Antonina fondano L'associazione culturale e compagnia teatrale Massimo Romagnoli il 30/10/2002, forti di una spinta affettiva e di rispetto, quale si ha per il nostro sempre vivo Massimo, che ha mosso con noi i primi passi nel Teatro, appena quindicenne. Già da allora mostrava la sua grande predisposizione alla recitazione e a tutto ciò che fa spettacolo. Di una umiltà senza pari, si iscrive a ventidue anni all'Accademia Silvio D'Amico in Roma dove consegue il diploma, dopo tre anni di corso, con il massimo dei voti. Solare, sempre pronto a sdrammatizzare e a prendere scansonatamente la vita e il mestiere che lo porta sui più grandi palcoscenici dei Teatri d'Europa. Ogni nostro spettacolo è protetto dalla sua sempre vigile presenza, che dall'alto ci indica la via e le scelte del nostro percorso. Grazie Massimo! Nasce l'Associazione e parte l'attività con circa dieci ragazzi che seguono un corso di teatro diretto da Giancarlo Salvucci. L'associazione, comincia a ritrovarsi sistematicamente due volte la settimana, facendo laboratorio, dizione, improvvisazione, comprensione dello spazio e le varie fasi per la comprensione del corpo. A marzo del 2003, il primo saggio al Teatro G. Verdi di Pollenza. Portiamo in scena: “Delirio a due” di Ionesco e un atto unico dal titolo: “Il pianerottolo”, di Giancarlo Salvucci. Ci lasciamo prendere dalla mano, e si continua ad incontrarci sistematicamente due volte a settimana, ormai è diventato un gioco che ci piace e ci da gusto. Il gruppo aumenta, cresce di numero e cominciamo a prendere in mano testi che ci solleticano la fantasia.
   

IL TEATRO

Per regia si deve intendere ... l'insieme dei movimenti, dei gesti e degli atteggiamenti, l'accordo delle fisionomie delle voci e dei silenzi,...la totalità dello spettacolo scenico, che emana un risultato da un pensiero unico, che lo colpisce, lo regola e l'armonizza, inventa e fa regnare fra i personaggi quel legame segreto e visibile, e dona al pubblico, quella reciproca sensibilità, quella misteriosa corrispondenza di rapporti, in mancanza di ciò, il dramma, la commedia, la farsa, anche se interpretate da eccellenti attori, perdono la parte miglior della sua espressione, non regalano emozione, si standardizza come lavoro di produttività, non suscita conclusioni e non stimola altre forme di chiusura dell'opera, non rafforza la volontà all'azione e ne consegue un risultato mediocre e di nessun interesse. L'artifizio è il motore dominante dell'annientamento del trinomio attore-autore-pubblico, in presenza di ciò, ogni forma sottolinea e afferma con forza l'avvilimento del teatro e ne fa la più screditata delle arti. Se dovessimo chiamare con un nome più chiaro il sentimento che ci anima, che ci sprona, che ci appassiona, che ci obbliga, chiameremo: indignazione! Indignazione alla sfrenata industrializzazione e che porta all'allontanamento del pubblico migliore, la politica e il mercato rendono deprecabile ogni nostro sforzo se cediamo all'istinto del lustro e della facciata, dobbiamo resistere e dare scacco alla potenza del mercato e della gestione e non permettere che esse, le vie viziate, diano scacco all'attore. Ecco la condanna senza appello alla scena moderna, a quell'avversione, quel disegno scellerato, a cui l'artista non cambierà la sua vita per delle lenticchie e il pane. L'attore francese Pierre Renoir risponde alla domanda che un giornalista gli pone: “dove va il Teatro”? Egli con sorriso d'amarezza risponde: “ dove va, non si può sapere, ma sappiamo di certo da dove viene”. La cerimonia del Teatro non ha mai perso il suo senso di spiritualità, gli eventi della modernità hanno compiuto il mutamento del fine e dell'oggetto, senza però scalfire la sua autenticità, senza intaccare la causa e l'effetto, analisi e sintesi, ogni istante la cerimonia celebrata assume forme di paganesimo e vizio di virtù religiosamente consacrata, si eleva la coppa al cielo e se ne beve il suo contenuto, ingoiandone il fiele e il divino nettare, concorrendo senza opporsi all'attrazione, seguendo una linea sperimentale o seguire strade del passato lasciando però che sia vivo e che dia segno popolare, senza mai essere povero e senza idee, per diventare con certezza: “la più screditata delle arti”!

 

Il regista Giancarlo Salvucci

 

 

 


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